giro del mondo

Quarta tappa: Thailandia

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2018-10-05

Atterrare a Bangkok è un sogno. Dopo un viaggio durato più di un giorno, tra 8 ore di macchina, aero numero 1, con intera famiglia di russatori al fianco, seguito a distanza di 3 lunghissime ore da aereo numero 2,  finalmente saliamo su un taxi tutto per noi (che come tutti i taxisti cerca di fregarci, ma finalmente abbiamo capito come si contratta) e arriviamo al nostro ostello. Accogliente, pulito e silenzioso – non ci sembra vero. Anche il selvaggio traffico di Bangkok, dopo 13 giorni di strade frequentate da dromedari, pecore e carretti, ci appare piacevole, quasi uno scenario bucolico. Ecco che la capitale della Thailandia, ai nostri occhi, diventa un paesino di montagna: facciamo una lavatrice e ci chiudiamo un paio d’ore in stanza a riposare.

Risveglio a Bangkok 

Ci basta fare i primi passi fuori dall’ostello per accorgerci che Bangkok non ha niente a che vedere con l’ordine, la puntualità, l’aria fresca e pulita delle nostre montagne. Con i suoi 8 milioni di abitanti, è una metropoli di cui non si vedono mai i confini. Una città dove fa un caldo da sauna e lo smog ti entra in pieno negli occhi e nei polmoni, graffiandoli passo dopo passo.

La capitale della Thailandia non si può definire bella – o meglio, non di quella bellezza a cui siamo abituati in Europa. Bangkok è più da vivere che da visitare, una città che ti cattura a ogni angolo con i suoi incredibili profumi misti a odori nauseabondi, i suoi templi silenziosi che sbucano in mezzo a un grattacielo moderno, una fila di sgangherate palafitte e un caotico mercato. I mercati sono ovunque, ti inghiottiscono e vanno visti per forza: qui trovi le bancarelle più strane, con tanto di spiedini di scarafaggi, insetti fritti e frutti esotici mai visti (no, il puzzolente Durian alla fine non l’abbiamo assaggiato).

All you can eat?

Bangkok è soprattutto bella da vivere perché non c’è niente di paragonabile a Bangkok dalle nostre parti. Non ti troverai mai nel centro di Milano a salire su un tuc tuc pimpato con musica a palla, colori fluorescenti e più luci che Las Vegas. Salirai sempre sul solito, vecchio e noioso taxi. Senza il suo disordine, la capitale della Tailandia perderebbe il suo fascino: sarebbe solo una delle tante grigie, opprimenti e inquinate grandi città senz’anima. Alla febbrile Bangkok, invece, batte forte il cuore.

A differenza di quella indiana, la confusione tailandese mette il buonumore. Questa metropoli, nonostante i suoi problemi (e sono tanti – non vivremmo mai a Bangkok!), fa di tutto per accoglierti e farti sentire bene. E ci riesce: ti fa sentire vivo. Si vede che è una città che deve gran parte della suo benessere al turismo, in particolare ai “farang”, ovvero gli stranieri d’Occidente che amano la Thailandia per la bella vita (e non solo) che qui possono permettersi. Ovviamente non manca chi i farang cerca di fotterli: più volte ci siamo imbattuti in persone del posto all’apparenza estremamente gentili, pronte a darci indicazioni sulla città e sugli orari del tal tempio che poi si rivelavano sbagliate. Tutto per farti cambiare itinerario e portarti nel loro negozio a bordo del (sempre loro) tuc tuc. Insomma, sarai sempre il benvenuto ma stai attento che Bangkok ti frega in un attimo.

Pompo nella cassa

Siamo sinceri: non avevamo grandi aspettative per la capitale della Thailandia. Ci aspettavamo una metropoli grigia e piuttosto asfissiante, senza infamia e senza lode. Ci sbagliavamo. Bangkok ci ha divertito, sbalordito e incuriosito. Tra le bancarelle per strada abbiamo mangiato i migliori noodles di sempre e assaggiato il leggendario Pad thai di Thip Samai; abbiamo sorseggiato birra in uno dei tanti locali della folle, a tratti circense, Khaosan Road, e camminato tra gli altissimi e ultramoderni grattacieli del centro alla base dei quali trovi bancarelle che friggono qualunque cosa.

Restiamo tre giorni interi a Bangkok. Uno di questi lo dedichiamo alla più classica e quasi obbligata gita fuori porta: Ayuttayaha, la capitale storica della Thailandia. Per raggiungerla decidiamo di prendere un treno. E per essere davvero coraggiosi, prendiamo la terza classe. In realtà non ha niente da invidiare ai nostri regionali italiani, specie se si tiene conto del prezzo del biglietto: 20 bath, ovvero poco più di 50 centesimi, per 80km di viaggio (che si traducono in 2ore). Lì noleggiamo una bicicletta e per un giorno intero ci perdiamo tra le rovine, i templi e le statue di quella che un tempo era una maestosa civiltà. Poi il caldo diventa insopportabile e saliamo su un altro treno (questa volta colonizzato da strani insetti) per tornare a Bangkok.

Posti a sedere riservati agli insetti

Koh Samet

Gli ultimi giorni in Thailandia li passiamo a Koh Samet, un’isola nel Golfo della Thailandia lontano dalle ben più note mete balneari al sud del paese. Siamo dispiaciuti di non avere un altro giorno da passare nella folle Bangkok, ma anche contenti di vedere il mare. Come ormai siamo abituati, l’arrivo non è dei migliori. Per raggiungere Koh Samet da Bangkok ci sono diversi modi. Il più comodo è un taxi; se vuoi risparmiare un po’, puoi prendere un treno o un bus di linea. Noi abbiamo preso un minivan da 8 posti che, sulla carta, ci avrebbe portato in circa due ore e mezza a Ban Phe, porto dal quale partono tutte le barche, barchette e barconi per l’isola.

Il minivan arriva in ritardo al punto di ritrovo ma fa niente perché, quando si aprono le porte, scopriamo che è vuoto. Ci esaltiamo. E sbagliamo. Cinque minuti dopo saremo circa in 12 (circa perché uno di questi 12 è un neonato quindi conta un po’ meno) in un minivan da 8 posti. Si sta stretti ma a noi in fondo non va troppo male: essendo saliti per primi, abbiamo due posti comodi. E sbagliamo di nuovo. A circa metà strada, l’autista si ferma in autogrill per una pausa di dieci minuti. Al momento di risalire e ripartire, ci dice che dobbiamo cambiare mezzo. Non è che ce lo chiede gentilmente, né ci dà spiegazioni: ce lo ordina e basta. Ci indica un altro minivan, più vecchio, più sporco e più pieno. Sono tutti locali o giapponesi. Nessuno parla una lingua minimamente comprensibile se non l’autista che sa solo dire benissimo “mister”.

Besties

Non sappiamo bene come ma alla fine, dopo altre quattro o cinque soste e tre temporali, arriviamo a destinazione. Il porto è orrendo. Davvero. Il disagio è tale che 1) I tuc tuc sono in realtà degli scooter (rotti) con attaccata sul lato una panchina di ferro 2) non si capisce da dove parte il battello che porta all’isola 3) un sacco di strana gente ha un banchetto con su scritto “tour boat koh samet” e cerca di venderti un biglietto per qualunque cosa.

Non capiamo più niente e nel delirio accettiamo un biglietto andata e ritorno per l’isola incluso il viaggio verso Bangkok. Vi faremo sapere…

Koh Samet è una riserva naturale tanto che appena arrivi devi pagare una tassa governativa per soggiornare. Il nostro albergo non è per nulla male. Noi siamo sistemati nella parte dei poveri, niente bungalow e la vista mare ce la scordiamo, ma va più che bene. Il mare è verde come il pastello verde acqua e la sabbia bianchissima. C’è silenzio e alla sera fa quasi fresco.

Ci manca l’India

Sì, sarebbe stato bello passare qualche giorno di più a Bangkok, ma questi quattro giorni di relax ci volevano. Ormai arrivati a un terzo di giro del mondo, siamo di nuovo pronti a continuare la nostra avventura.

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Giulia&Giovanni
Milan, Italy

Ciao! Siamo Giulia & Giovanni. Entrambi trentenni, siamo cresciuti nella stessa piccola città, abbiamo frequentato la stessa scuola, e ci siamo ignorati per 28 anni. Oggi siamo una coppia pronta a partire per il giro del mondo. Un viaggio di 80 giorni (sì, proprio come il libro di Jules Verne, ma è una pura coincidenza) per vedere il mondo in una volta. Finalmente a settembre si parte e non vediamo l’ora di raccontarvi tutto, con le parole e con le immagini.

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