giro del mondo

Nona tappa: California on the road (parte 2)

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2018-12-04

A circa metà del nostro viaggio on the road (e ormai alla fine del Viaggio), ci lasciamo alle spalle Lone Pine e ci avventuriamo all’interno della Death Valley. La Valle della Morte è una terra infuocata di bellezza unica, sicuramente il posto più assurdo e ostile che visitiamo durante questi 80 giorni. Ci vuole una giornata intera ad attraversare questo luogo fuori dal mondo. La sensazione è quella di essere sbarcati sulla luna: infinite distese di niente sono tagliate dal rovente asfalto della strada che procede in linea retta, senza esitazioni. Non incontriamo nessuno per chilometri, il silenzio è assoluto e il deserto che ci circonda sembra non finire mai.

Raggiungiamo il punto più alto intorno all’ora di pranzo, dopo esserci rotolati giù dalle dune di sabbia e sporti sul precipizio di un ruvido canyon. Anche se il sole è cocente, a novembre le temperature della Death Valley sono quasi gradevoli, ti permettono di scendere dalla macchina e camminare. Ora comincia la nostra discesa verso “gli inferi”, il punto più basso (e caldo) dell’intero pianeta. Si chiama Badwater e qui più che mai il paesaggio ricorda quello di un film di fantascienza. Il clima è così secco che sotto i nostri piedi, al posto della terra, giace un’infinita distesa di sale bianco che riflette la luce e accieca. Sopra la strada, a circa 100 metri di altezza, un cartello di legno bruciato dal sole con una scritta bianca “sea level” indica il livello del mare. Siamo praticamente sotto terra.

Passiamo poi per il famoso Zabriskie Point, un enorme complesso di rocce calcaree modellate da vento e acqua. A guardarlo dalla cima della collina sembra un mare dorato in burrasca, pietrificato nel momento esatto in cui le onde toccano il loro punto più alto. Lasciamo la Death Valley mentre il sole comincia a calare e i colori delle rocce sbiadiscono. Dagli specchietti retrovisori non riusciamo a staccare gli occhi da questo posto magico senza tempo, senza spazio, senza suoni e senza vita.

All’improvviso, il buio pesto. La strada è illuminata solo dai fari della nostra macchina. Il navigatore indica 150 miglia, sempre dritto. E là in fondo già la si intravede, quasi accecante nel buio della notte, la cattedrale nel deserto per eccellenza: Las Vegas.

Arriviamo nella capitale dello stato del Nevada che è ora di cena. Alloggiamo all’Hard Rock Hotel. L’ingresso è effettivamente da rock star. Un’immensa chitarra troneggia sul tetto dell’edificio centrale dell’enorme resort. Alla reception ci sono dei tipi “cazzuti” con tanto di barba lunga e tatuaggi. Prima di arrivare alla nostra stanza esageratamente grande, più grande di casa nostra, attraversiamo l’immenso casinò che è già brulicante di smaniosi giocatori e un lunghissimo corridoio con bar, ristoranti e negozi come un centro commerciale.

Una mezzora dopo stiamo passeggiando per Las Vegas Boulevard, il cuore di Sin City. Ci guardiamo intorno, spaesati dalle luci, dalle montagne russe che attraversano i grattacieli e dalla finta Statua della Libertà all’orizzonte. Sono a sole due ore di macchina l’una dall’altra, ma la Death Valley e Las Vegas non potrebbero essere più diverse. Vediamo il famoso spettacolo delle fontane del Bellagio, mangiamo un hot dog enorme e buonissimo, ed entriamo in più o meno tutti i casinò che ci ricordiamo di aver visto nei film.

Se negli Stati Uniti tutto è grande ed esagerato, a Las Vegas questo concetto è portato all’estremo. Il paese dei balocchi è in fermento 24 ore su 24 e non conosce limiti. Ci sono negozi che vendono marijuana, l’alcool è servito senza problemi più o meno a tutti (fatto non banale in America), si possono comprare armi (fatto, questo, più banale) e, ovviamente, il gioco d’azzardo è legalizzato. Anche la prostituzione sembra far parte dei vizietti concessi: per strada passano di continuo camion con cartelloni che pubblicizzano “agenzia per ragazze” che “arrivano direttamente a casa”.

Anestetizzati dai troppi colori, luci e suoni che cercano di riempire il vuoto di questo luogo, torniamo in albergo e investiamo cinque dollari alle slot machine. Per qualche istante siamo addirittura in positivo ma ovviamente la serata si conclude a mani vuote.

La mattina dopo la sveglia suona all’alba. Siamo felici di andarcene almeno quanto lo siamo di essere passati per Las Vegas – una città surreale, ai limiti del grottesco, ma da vedere una volta nella vita. Compriamo dei biscotti da un dollaro al supermercato aperto 24/7 e partiamo per il Grand Canyon. Questa è la meta più ambita e conosciuta di tutti gli Stati Uniti: il parco imprescindibile, quello che tutti devono vedere per forza. Noi ci arriviamo dopo aver visto alcuni tra i posti naturali più incredibili al mondo e, lo ammettiamo, ci sentiamo preparati.

Ancora una volta, ci sbagliamo.

Un susseguirsi di paesaggi uno diverso dall’altro ci accompagnano fino all’ingresso del parco naturale. Guidiamo dentro un bosco di quelli fitti ed è impossibile immaginare come lì in mezzo possa nascondersi un canyon. Arriviamo al parcheggio e imbocchiamo il sentiero che porta al bordo. Lo chiamano Mather Point e lo si raggiunge in circa dieci minuti di cammino in piano. Da un metro all’altro la foresta cessa di esistere, gli alberi spariscono e l’erba sempre essere stata risucchiata. Alzi gli occhi e lo vedi. Esattamente come è successo per Angkor Wat, ci affidiamo alle parole di qualcuno più preparato di noi per provare a descrivere questo luogo incantato:

Non c’è nulla che possa prepararvi al Grand Canyon. Indipendentemente da quanto abbiate letto sull’argomento o da quante immagini abbiate visto, la visione è sempre mozzafiato. La mente, incapace di concepire uno spettacolo di questa portata, semplicemente soccombe e, per lunghi istanti, vi sentite una nullità, rimanete senza parole né fiato, e provate solo un inenarrabile sgomento davanti a un fenomenale spettacolo così immenso, meraviglioso e silenzioso.
Bill Bryson

E con il Grand Canyon si chiude in bellezza anche la nostra avventura on the road.

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Giulia&Giovanni
Milan, Italy

Ciao! Siamo Giulia & Giovanni. Entrambi trentenni, siamo cresciuti nella stessa piccola città, abbiamo frequentato la stessa scuola, e ci siamo ignorati per 28 anni. Oggi siamo una coppia pronta a partire per il giro del mondo. Un viaggio di 80 giorni (sì, proprio come il libro di Jules Verne, ma è una pura coincidenza) per vedere il mondo in una volta. Finalmente a settembre si parte e non vediamo l’ora di raccontarvi tutto, con le parole e con le immagini.

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