giro del mondo

Seconda tappa: Baku

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2018-09-13

Sono 12 ore che siamo sul treno e finalmente stiamo arrivando alla stazione di Baku. Sbirciamo dai finestrini della cabina, ma dei grattacieli futuristici e del mare nessuna traccia. In questo momento ci interessa poco, perché la priorità è una sola: fare una doccia e riposare in una stanza nostra. Zaino in spalla, scendiamo dal treno e raggiungiamo l’uscita della stazione. Il sole è forte, acceca, ma il vento rende il clima tutto sommato piacevole. Veniamo investiti da un groviglio di suoni, voci e rumori sconosciuti. Ecco i primi megastore futuristici, incastrati tra fitte schiere di edifici fatiscenti.

Sorrisi sinceri

Proviamo a chiedere indicazioni ma è davvero difficile comunicare. Decidiamo di avventurarci in un centro commerciale alla ricerca di un bancomat, ma veniamo fermati all’ingresso da un poliziotto armato che ci invita a svuotare gli zaini. Non è aggressivo: capiamo subito che è una prassi comune. Con qualche soldo in tasca, possiamo finalmente prendere un taxi per raggiungere l’ostello. L’autista, oltre a non capire una parola di inglese, sembra non conoscere la posizione del nostro alloggio. Ma non si scoraggia. Dopo un giro di telefonate (chissà a chi) e qualche sosta a caso, siamo davanti al nostro ostello. Tralasciando il fatto che il posto sembra una comune, abbiamo finalmente una stanza.

A Baku restiamo tre giorni. Solo alla fine ci accorgiamo che il nostro primo ricordo, l’arrivo in stazione, racconta perfettamente l’anima della città. Imprevedibile, contradditoria, confusa: Baku è così. Camminando lungo il Boulevard, il lungomare, si ha la sensazione di essere in un posto ricchissimo, in vacanza perenne. La gente vestita elegante sorride spensierata: di fronte il mare, alle spalle le Flames Towers illuminate. L’affascinante città vecchia è nel mezzo.

Ma appena prendi una via meno battuta, diventa una città trasandata, povera, con le strade solo per metà asfaltate. I negozi perdono insegne e lustri, le grandi marche lasciano spazio a mendicanti e venditori ambulanti carichi di frutta, limoni, sigarette sfuse.

Uscendo da Baku, il contrasto è ancora più forte. La mattina che andiamo a Yanar Dag – la tanto decantata “burning mountain”, che impressiona poco e ricorda troppo la fiamma di un qualunque barbecue – ci allontaniamo di circa 40 km dalla città.

Stasera grigliatona?

La verità è che sembra di attraversare un intero continente, se non un’epoca. Già alla stazione dei bus (a sole 4 fermate di metro dal centro storico), veniamo accolti da un caos di vecchi pulmini che si muovono a caso tra fermate che hanno sì numeri e indicazioni, ma non li rispettano. Se c’è un ordine, noi di certo non lo capiamo. È così che ci ritroviamo ad aspettare alla banchina in teoria giusta, ma evidentemente per il pullman sbagliata. Per qualche strano motivo, senza che noi chiediamo indicazioni, un vecchio bruciato dal sole intuisce che siamo in attesa del bus numero 217 e ci porta nel posto giusto.

Partiamo, e la lentezza del mezzo ci permette di osservare per bene il paesaggio. Lasciati alle spalle gli ultimi palazzi, qualche grattacielo e lo stadio, tutto cambia: le case diventano mezze baracche dai tetti disfatti, le porte scardinate e le finestre rotte. La spazzatura giace al ciglio della strada, il tutto in mezzo a terre secche e dimenticate. Incastonati tra gli edifici fatiscenti ora troviamo lunghe distese di pozzi per l’estrazione del petrolio. La stessa Yanar Dag viene presentata con poca cura, non ha nemmeno un’indicazione.

Mad Max

Degli azeri possiamo dire poco. Purtroppo la barriera linguistica è praticamente insormontabile: è difficile chiedere indicazioni per le attrazioni principali, figuriamoci entrare in un contatto più intimo. C’è da riconoscere che gli azeri fanno sempre di tutto per aiutarti anche se non capiscono nulla di quello che chiedi. Sono un popolo disponibile, estremamente gentile e servizievole, al punto da farti quasi sentire a disagio.

Lasciamo Baku a bordo di una navetta tirata a lucido che percorre tutto il Boulevard, per poi incanalarsi in una super strada a 10 corsie. È la sola strada a essere grande, spaziosa e circondata da prato all’inglese, nelle terre incurate fuori città. Eccoci all’aeroporto: non poteva che essere impeccabile, futuristico. E tristemente vuoto.

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2 Comments
  1. Rispondi

    Alessio Sardella

    2018-09-18

    Bravi ragazzi, sto attivando la newsletter

    • Rispondi

      Giulia&Giovanni

      2018-09-18

      Grazie Ale!!

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Giulia&Giovanni
Milan, Italy

Ciao! Siamo Giulia & Giovanni. Entrambi trentenni, siamo cresciuti nella stessa piccola città, abbiamo frequentato la stessa scuola, e ci siamo ignorati per 28 anni. Oggi siamo una coppia pronta a partire per il giro del mondo. Un viaggio di 80 giorni (sì, proprio come il libro di Jules Verne, ma è una pura coincidenza) per vedere il mondo in una volta. Finalmente a settembre si parte e non vediamo l’ora di raccontarvi tutto, con le parole e con le immagini.

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